Il funambolo entrò in scena, camminando di leggero passo.
L’aria era pervasa di piccoli e frammentari indizi, del reale susseguirsi degli eventi, avrebbero presentato quell’ennesima parossistica arte della follia che sfida la gravità, e stava per compiersi.
Il funambolo si rese conto che non c'era nulla a tenerlo in equilibrio se non la stessa insania che questo potesse accadere. Ma da sempre la sua sfida con il fato era il vero senso di quello che faceva, il vero scopo di quella messa in scena a cui permetteva la partecipazione degli altri.
Un passo dopo l'alto i suoi piedi avanzavano verso su quella fune che era tesa in direzione di un infinito che pareva lontano estendersi dinnanzi a lui, quasi a perdita di vista, quasi non potesse mai scegliere una fine a quel camminare in bilico su un nulla che era il tutto, e si rese conto che quello accadeva comunque ogni giorno nella sua mente anche quando non si trovava sospeso, anche quando non doveva mantenere salda la concentrazione, per non rischiare di giocarsi in un solo istante un intera esistenza, poiché non era mai stato in grado di scindere.
Da quando ne aveva memoria, lo avevano educato a sfidare la sorte, come in una continua roulette russa, sempre di più, sempre più intensamente, infondo non si sa quando è ora, quando dire basta, e soprattutto perché mai dovrebbe esistere un limite.
Divenne un inseguimento alla follia, ne fece la sua musa, quasi l’infrangere le regole su quello che sia umanamente possibile fare dovesse per necessità venir smentito, chiese quindi nuove altezze, funi più sottili, distanze più ampie, spettacoli sempre più strabilianti, addirittura inverosimili anche per coloro che gli stavano accanto e lo seguivano passo passo nella realizzazione.
Ma per lui, quelle passeggiate su un filo teso, erano come una camminata sulla terra ferma per le persone normali, la sua leggiadria nei movimenti, il modo in cui riusciva a disporre i piedi, e come i suoi movimenti fossero fluidi e leggeri, consentiva che quel solo filo fosse per lui come terra ferma per i comuni mortali, rendendolo però agli occhi di tutti come un angelo con ali invisibili che vola su un filo d’argento.
Fini per dormire sempre meno nelle settimane che precedettero la nascita della sua ultima creazione, e quando quasi tutto fu pronto per essere messo in scena la tensione in lui ormai era palpabile, in ogni singola particella del suo corpo c’erano sensazioni che andavano dall’emozione di un bimbo che presto riceverà un regalo insperato alla più cupa disperazione che l’ultimo briciolo di lucidità della sua mente gli trasmetteva con la certezza che un solo passo falso sarebbe corrisposto ad una morte davvero atroce.
Questa volta aveva superato anche se stesso, questa volta si era lasciato divorare dai suoi fantasmi, e aveva voluto sfidare dove già altri suoi colleghi in passato aveva tentato fallendo.
Era il suo momento, guardò davanti a se prima di appoggiare il piede sulla fune, era bellissimo vedere il profilo della torre Eiffel a cui era ancorata l’altra estremità della fune su cui stava per cominciare la sua impresa, fece un profondo respiro e cerco di trovare dentro di se tutta la sfrenata temerarietà che da sempre lo rappresentava, anche se non lo ammetteva mai era sempre una prima volta.
Cominciò la sua danza, quattrocento metri da percorrere sospeso a circa trecento metri da terra, sembrava non avere peso, lui e la sua bacchetta, la stringeva tra le mani mentre i suoi piedi avanzavano sicuri susseguendosi senza alcuna incertezza, mangiando un metro dopo l’altro non tenendo conto dell’altezza a cui si trovasse, come se fosse una cosa normale trovarsi con la testa tra le nuvole mentre sotto di te moltissime persone stanno con il naso in su, in apprensione per un vita non loro.
Ma lui non era più lì con loro, lui ormai era pervaso dalla sua estasi, aveva in corpo abbastanza adrenalina da sentirsi come un Dio mentre sfidava ancora e ancora quella che per tutti era la sottile linea che delineava il possibile dall’impossibile. E lui ancora una volta su quella linea ci stava camminando, perché il vero gusto della vita aveva scoperto che risiedeva in quello strano modo che aveva di infrangere le regole e sentire che la vita gli appartenesse, un passo falso e PUFF! Tutto finito.
Ma con sommo sollievo delle folle sottostanti non accadde e arrivato alla fine del percorso si concesse una fragorosa risata, liberatoria e quasi sarcastica.
Aveva compiuto un piccolo miracolo, e aveva sfidato le leggi della fisica, aveva lasciato con il fiato sospeso moltissime persone, angosciato le loro anime, e fatto battere i loro cuori, e in tutto questo, lui era rimasto calmissimo, anzi quasi avulso da quello che stava accadendo, perché lui era parte di quella follia, non spettatore, ne era il vero fulcro, la vera essenza, il creatore e l’idea prima, lui era riuscito a plasmare a tal punto quello che tutti definiscono solo materia da sogni, fino a farlo diventare il miracolo di camminare sospesi tra le nuvole per arrivare dal cielo fino alla cima della Tour Eiffel.
Lui era il Funambolo la cui amante era la Follia.
